La Pillola Rossa. L’illusione e la realtà.

“You take the red pill… and I show you how deep the rabbit-hole goes…”

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Franco Battiato: niente è come sembra

Pubblicato da Stefano su Martedì 13 Novembre 2007

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C’è un personaggio nel panorama artistico e culturale italiano che seguo incessantemente da molti anni. E’ un uomo che ha osato, sperimentato, innovato e si è sempre messo in discussione con sfide nuove e appassionanti. Da quasi quarant’anni si addentra nelle profondità dell’anima e dell’interiorità dell’uomo, esprimendo la sua personale ricerca nella musica e nei film.
E’ Franco Battiato.

Il mio viaggio nella conoscenza di questo artista eccelso iniziò molto tempo fa. Era il 1982 e regalammo a mio padre per il compleanno l’album L’arca di Noè, uscito da pochissimo. Avevo appena 6 anni e ascoltavo in casa canzoni come Radio Varsavia e La Torre. Mi piacevano ma ancora mi chiedo come mai, dato che non ne capivo assolutamente il senso! Forse le melodie, forse la sua voce, forse il senso di mistero che mi suscitavano…

Quel periodo terminò e Battiato per me finì nel dimenticatoio. Quindi qualche anno fa, scambiando musica con gli amici, mi capitarono tra le mani alcune sue canzoni. Iniziai a sentirle e… non smisi più. Finalmente le capivo! Non potevo staccarmene, ormai ero pronto per conoscere definitivamente un artista unico nel suo genere, e da allora è stata una continua scoperta.

Scrivo queste righe su Franco Battiato sulla scia della giornata di ieri: ho assistito prima a un incontro con lui in una libreria, e alla sera ho visto al cinema il suo ultimo film Niente è come sembra, con la presenza dello stesso Battiato a inizio film. E’ un film piuttosto breve, di circa 70 minuti, che ha raccolto pareri discordanti tra il pubblico e la critica. La trama a grandi linee è questa: Giulio Varga è un professore di Antropologia Culturale appassionato di feste e tradizioni etnico-popolari e durante una spedizione per documentare un rituale di origini pre-cristiane si perde nel bosco. Fortunatamente trova rifugio in una casa e qui si trova coinvolto in una discussione con gli altri ospiti sul senso dell’esitenza. Ogni personaggio illustra il proprio punto di vista. C’è l’ateo, l’agnostico, chi ha perduto la fede, lo scienziato disposto a credere, c’è chi si esprime cantando (protagoniste della scena le fantastiche MAB) e chi facendo i tarocchi (il grande Alejandro Jodorowsky). Questa esperienza, forse, lascerà qualcosa nell’anima del protagonista.

Evidentemente non è un film nel senso classico del termine. La storia che racconta è praticamente inesistente, è in sostanza un pretesto per parlare delle tematiche che al regista stanno più a cuore. Ed è per questo che Niente è come sembra mi è piaciuto. Perché seguo e condivido la ricerca spirituale che Battiato porta avanti da sempre. Chi non è interessato alle sue tematiche è meglio che il film non lo veda: perderebbe tempo perché si annoierebbe guardando personaggi singolari parlare di argomenti ancora più singolari. Ma chi si è già addentrato in un percorso di ricerca e conosce il modo in cui Battiato si esprime vedrebbe dei frammenti di “infinito” in ogni scena, dove nulla è lasciato al caso e tutto contribuisce a far nascere la sensazione di quanto sia ardua e difficile la salita verso la Conoscenza, ma anche meravigliosa. Si spazia dal buddismo alla nuova fisica, dalle origini dell’universo alla fede e all’importanza dell’esperienza. E’ un film ipnotico, è come un breve viaggio nell’Anima. Andata e ritorno, e ti ritrovi con qualcosa in più dentro di te. Capisco perché il regista lo ha realizzato senza pensare alla critica e al linguaggio tradizionale del cinema: il suo scopo era diverso, era quello di esprimere con il mezzo cinematografico quello che normalmente esprime nelle sue canzoni. Ecco, il film è come una sua canzone, è una canzone molto lunga.

Ci sono ovviamente dei punti del film che non condivido, ad esempio è secondo me troppo corto e molti dialoghi sono un po’ stereotipati, anche come recitazione. Credo però che critiche di questo tipo debbano passare in secondo piano per un’opera non convenzionale come questa, che deve essere letta senza usare il metro di giudizio che si ha per le opere più commerciali.

L’ultima cosa che vorrei dire è che mi ha sempre reso felice vedere quanti ragazzi giovani ci siano ai suoi concerti (ho assistito a tre suoi live, sia classici che rock) e ai suoi interventi. Il suo pubblico è molto più giovane di quello che pensavo. E’ bello vedere che siamo in tanti ad essere trascinati dal suo amore per l’arte e la cultura. E’ anche grazie ad artisti come lui che noi giovani riusciamo a capire che in questo mondo, sempre di più, niente è come sembra.

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Omaggio a Terminator 2 – Il giorno del Giudizio

Pubblicato da Stefano su Mercoledì 17 Ottobre 2007

Ricordo ancora quando nel lontano 1991 andai al cinema a vedere Terminator 2. Ero in compagnia di un mio compagno di classe, Pierluca Bordignon, un simpatico ragazzo romano “trapiantato” a Milano. Eravamo amici, entrambi avevamo la passione per il computer e la fantascienza e decidemmo di andare a vedere il film insieme. I trailer in TV mostravano scene con effetti speciali mai visti prima dove il malvagio T1000 si liquefaceva e assumeva sembianze di altre persone… come avrebbe fatto il povero Schwarzy, stavolta nel ruolo del buono, a cavarsela?

Il film mi coinvolse completamente… alcune scene sono tuttora scolpite nella mia mente in modo indelebile, come la battaglia iniziale tra robot nel futuro, l’inseguimento camion-moto, l’esplosione nucleare, il T1000 che sale dal pavimento a scacchi dell’ospedale oppure quando si ricompone dopo essere stato sbriciolato dall’azoto liquido. Era tutto estremamente emozionante e innovativo, quasi non credevo ai miei occhi. Io e il mio amico, tornando poi a casa, ogni due secondi ripetevamo “stupendo… non è possibile…”, insomma eravamo letteralmente in estasi e lo siamo rimasti per giorni! Il punto di forza del film secondo me è il mix formidabile tra effetti speciali, tematiche e atmosfera.

Il fatto che i protagonisti avessero la consapevolezza del destino del mondo in mezzo ad un’umanità del tutto ignara del futuro mi fece venire la pelle d’oca, forse perchè avrei voluto essere nei loro panni per sentirmi importante e fondamentale per il mondo come lo erano loro. Inoltre mi sono sempre piaciuti gli scenari apocalittici, dove si deve lottare e stringere i denti per sopravvivere!

Per me fu scioccante anche la tematica del destino. Il film mi mostrò che nonostante alle porte ci fosse una catastrofe, era comunque possibile combattere per evitarla e per costruire un futuro migliore, anche se gli ostacoli sembravano insormontabili. Quindi compresi l’enorme portata della fantascienza e quanto avrebbe potuto sempre emozionarmi: grazie ad essa si poteva inventare uno scenario e “spacciarlo” per reale, e da qui costruire una storia che toccasse temi importanti.

Sempre sul tema del destino mi fece riflettere il tema del viaggio nel passato con i conseguenti paradossi che questo inevitabilmente porta con sè. In Terminator 2, in particolare, è presente il cosiddetto paradosso di conoscenza (vedi a questo proposito il relativo link Wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Viaggio_nel_tempo#Conoscenza): nel film scopriamo che la tecnologia per costruire Skynet e che sta alla base dei robot viene sviluppata copiando quella del braccio del primo robot terminator che viaggia nel passato e finisce stretto in una morsa. Il paradosso sta nel fatto che si genera conoscenza dal nulla che porta a precisi risultati, violando il principio secondo il quale la conoscenza può esistere solo come risultato di processi di risoluzione di problemi, quali l’evoluzione biologica e il pensiero umano.

Infine, da appassionato di computer e tecnologie, trovai interessante e curioso il rapporto tra il Terminator e il ragazzo. I due imparano ad avere fiducia l’uno nell’altro e grazie a questo rapporto il robot intuisce il significato della vita degli uomini (indimenticabile la scena in cui capisce perchè gli umani piangono). Il fatto che una macchina fosse autocosciente e che provasse anche delle emozioni fece sorgere in me mille domande: cosa ci avrebbero riservato la tecnologia e la robotica nel futuro? Le macchine avrebbero mai potuto ribellarsi ai loro creatori? L’abuso tecnologico avrebbe portato l’umanità all’estinzione?

E poi il finale… memorabile e tristissimo… dove Schwarzy si fa “terminare” per il futuro dell’umanità. John Connor piange, sua madre si trattiene a stento. Anch’io ci rimasi malissimo ma la mia tristezza scomparve quando sentii Sarah Connor pronunciare le ultime parole del film: «Il futuro, di nuovo ignoto, scorre verso di noi, e io lo affronto per la prima volta con un senso di speranza, perché se un robot, un Terminator, può capire il valore della vita umana, forse potremo capirlo anche noi». Un brivido lungo la mia schiena. E’ davvero tutto finito? L’umanità è salva?

Terminator 2 – Il giorno del Giudizio rimase in assoluto il mio film preferito. Poi arrivò The Matrix, ma questa è un’altra storia… anzi, un altro cinema!

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